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The Day of Judgment/ Il giorno del giudizio

Hisham Matar: Salvatore Satta, The Day of Judgment, Translated by Patrick Creagh, 300 pp. Apollo. £ 10.

Su TLS, il Times Literary Supplement N° 5922 del 30 settembre 2016, è uscita una recensione de “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, tradotto da Patrick Creagh e pubblicata da Apollo. Si tratta della ristampa di una traduzione già uscita in inglese nel 1987 (vedi la recensione di Julian Barnes sul New York Times, http://www.nytimes.com/1987/10/04/books/life-in-the-slow-lane.html). Il critico che ha pubblicato questa recensione qualche giorno fa su una delle riviste letterarie più importanti al mondo è Hisham Matar, uno scrittore libico che in Italia ha pubblicato per Einaudi due delle sue opere più importanti, Nessuno al mondo, 2006 e Anatomia di una scomparsa 2011.  E’ un’ulteriore conferma del valore universale riconosciuto all’opera di Salvatore Satta come classico della letteratura universale (basta notare gli autori e le opere a cui viene associato). La traduzione dell’articolo, non autorizzata (ma a TLS non se ne avranno a male), che non presenta particolari difficoltà, visto anche il gran numero di citazioni dal testo di Satta, segno di affetto e di una lettura attenta e partecipata, è stata realizzata da Mario Cubeddu. Solo il titolo “Orphaned Solemnity” ha un forte alone di ambiguità che si è deciso di rendere con la più facile delle scorciatoie: la traduzione letterale. Se voi, amici del Cabudanne che conoscete meglio l’inglese, potete aiutarci a capire meglio questa definizione da parte di Hisham Matar dello spirito dell’opera di Satta (l’espressione è ricavata dal cuore della recensione) ci farete un grande favore.

Salvatore Satta, un giurista altamente considerato in Roma, si è tenuto per sè le sue ambizioni letterarie. Prima di morire nel 1975, ha lasciato sulla sua scrivania un manoscritto che aveva scritto segretamente nel corso di anni. Veniva pubblicato l’anno della morte come Il giorno del giudizio e subito è diventato in Italia un classico. Come il Pedro Paramo di Juan Rulfo, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa o Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, Il giorno del giudizio possiede quella solennità orfana di un vascello solitario dentro cui l’autore ha riversato la sua intera sensibilità.

Luogo dell’azione è Nuoro, capitale provinciale della Barbagia, nella selvaggia area centrale della Sardegna, dove ogni anno “Il paradiso…… durava tre mesi. Dopo di che il sole diventava cattivo”.  La città è un personaggio allo stesso modo di tutte le persone presenti in questo libro ed è descritta con una onestà tenera e brutale. Qui “la morte è eterna ed effimera non solo per gli uomini, ma anche per le cose”. Nuoro è “il luogo e il giorno del giudizio: la coscienza che si è fissata nelle pietre e nelle persone”. Inoltre è la città più irrilevante del pianeta: “Nuoro era l’ultimo vescovato della Sardegna e quindi del mondo”.  

Insieme con il modo in cui Satta tratta il suo ellittico microcosmo, con la sua particolare geografia, tradizioni e personalità – notai e prostitute, vescovi e contadini, insegnanti e mendicanti, radicali e nobili- il raggio d’azione del romanzo è dilatato dall’abilità dell’autore nel cambiare registro: dalle concise descrizioni di complesse strutture sociali, a penetranti profili di commoventi vite interiori; da eleganti idee filosofiche a fini meditazioni sulla natura. Al centro di tutto ciò stanno don Sebastiano Sanna Carboni, la moglie donna Vincenza e i loro sette figli. “Essi erano la sua vita, non la sua speranza. Perché donna Vincenza era una donna senza speranza”. Diversamente dal marito, uno dei “prinzipales borghesi” di Nuoro, Donna Vincenza non è di origine sarda. Lei è profondamente e allo stesso tempo oscuramente religiosa, mentre “vi era nel fondo come un prolungamento del secolo dei Lumi, in Don Sebastiano e negli uomini del suo ceto, verso la fine dell’Ottocento, che si manifestava in un sereno e assolutamente inconsapevole ateismo… nutrito di una certezza nel potere dell’uomo sulle forze della natura”. In questo egli è fermo, poiché “l’ateismo è un momento statico della vita”. Il nostro narratore, che è tutt’altro che imparziale, non scopre mai la sua identità. Ciò che sappiamo è che, come l’autore, è di queste parti, ma è vissuto lontano (forse a Roma) nei cinquanta anni precedenti, in una casa che non sente come propria, perché  nostra non è la casa che ci facciamo, ma la casa che ci viene tramandata dai nostri padri”. Egli ritorna nell’isola “per vedere se posso mettere un po’ d’ordine nella  mia vita” e visita il cimitero, richiamando in vita i morti con un’urgenza che, sembra, è in parte motivata dall’anticipazione di un possibile incontro. “Bisogna che mi affretti alla fine, poiché poco è il tempo che mi rimane”.

Talvolta il narratore abbassa la guardia e parla direttamente al lettore; egli critica ciò che ha scritto, in ansia che gli venga garantito il tempo di finire la sua storia. In questo egli raggiunge un tono ingenuamente sospeso tra l’intimo e il formale, tra il diretto e l’evasivo. Ciò che l’autore ci concede di sapere di lui è offerto è dato velatamente, con la destrezza di un prestigiatore. Egli in effetti potrebbe essere Sebastiano, il minore dei sette figli di Don Sebastiano e Donna Vincenza, che aveva evitato la Seconda [in realtà la Prima, n.d.T.] Guerra Mondiale, subito dopo che “partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri”? In una delle sue involontarie e dubbiose interruzioni, il narratore commenta: “ ma io devo frenare queste onde di ricordi che si accavallano in un assurdo disordine, come se tutta l’esistenza si fosse svolta in un solo istante”. Questa è una descrizione appropriata de Il giorno del giudizio che, come tutte le grandi opere d’arte, arriva con il proprio senso di necessità. “In fondo la caratteristica dei nostri tempi è quella di aver reso le cose senza importanza”, scrive Satta. Lui è interessato al progresso e alla storia, al passare del tempo e al disintegrarsi degli ordinamenti sociali, sulla natura inaffidabile degli intimi affetti, ciò che noi crediamo garantito e la crudeltà del cambiamento. Sulla modernità, per esempio, e lo spezzarsi della continuità, siamo informati del contadino diventato maestro solo per scoprire che i figli crescono “impigriti dalla città”: “la sua esperienza è stata una parentesi”. L’interesse di Satta sulla natura , la morte e le forze che ci legano a loro, ha un effetto simile. Qui, per esempio, egli accenna al richiamo del passato: “Ho sempre pensato che tra le piante, gli animali e il vento ci sia un segreto rapporto. Un uccellino non si posa invano tra le fronde, il vento non agita invano le grandi chiome degli alberi”. Al cuore di queste riflessioni, come attraverso tutto il libro, vi è una nota profonda di tragedia.

 

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